"Non sarà una tirannia del terrore o dell'oppressione come nel tempo andato. Il governo sarà mite e paternalistico. Potrà perfino conservare le forme democratiche, con elezioni periodiche. Ma di fatto ogni cosa sarà governata da un potere immenso e tutelare." - C. Taylor
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di Francesco D'Agostino  Anche Pierluigi Battista (si veda la sua rubrica dal titolo inequivocabile «Il matrimonio gay non è una minaccia», apparsa ieri sul Corriere della Sera), prende posizione, palesemente favorevole, in merito alla legalizzazione delle unioni omosessuali. Posizione ovviamente rispettabile, anzi, tanto più rispettabile in quanto lo stile di Battista è tra i più lucidi e garbati. Proprio per questo, però, dispiace dover rilevare come anche lui assuma una posizione argomentativa preconcetta e infondata, quella di chi pensa che i cattolici, convinti che questo tema costituisca «un’offesa alla religione cristiana», si oppongano per ragioni confessionali al riconoscimento dei diritti civili delle coppie gay. Di qui l’esortazione (sgradevolmente paternalistica) da lui rivolta ai credenti a smetterla di avvertire, quando si parla di questo argomento, un’«aura di sulfureo, peccaminoso, intollerabilmente anomalo». Le cose non stanno così. I cattolici (nella loro stragrande maggioranza) sono ben più maturi di come sembra ritenerli Battista; non si sentono «minacciati» né «offesi» da nessuno, né avvertono alcun’aura di sulfureo, quando ascoltano le tante (banali e monotone) istanze favorevoli al matrimonio gay. Semplicemente, essi vorrebbero non essere oggetto di fin troppo facili e infondate ironie e soprattutto che i loro argomenti (tante volte ribaditi su Avvenire con rigore e pacatezza) fossero presi sul serio. È esagerata questa richiesta? O è il minimo che si possa pretendere, in un dibattito pubblico di questa portata? Riassumiamo la questione in pochi punti essenziali. Primo punto: il matrimonio eterosessuale non è un’invenzione della Chiesa; è un istituto giuridico, finalizzato a garantire l’ordine delle generazioni, riscontrabile in tutte (ripeto: tutte) le culture e in tutti (ripeto tutti) i tempi. Corollario: difendendo il matrimonio eterosessuale, la Chiesa difende non un dogma di fede o un principio della propria dottrina, ma una dimensione del bene umano oggettivo. Secondo punto: si può ben procreare, come Battista ci ricorda, al di fuori del matrimonio (questo lo sanno perfino i cattolici!), ma la funzione del matrimonio è proprio quella di porre un rigoroso ordine sociale nella procreazione, a garanzia delle nuove generazioni.
La crisi del matrimonio – fenomeno ciclico, ma in questo momento storico particolarmente acuto – va considerata con grande preoccupazione, perché è la causa fondamentale della crisi della famiglia, fattore insostituibile di stabilità intergenerazionale e di tutela sociale dei soggetti deboli. Corollario: piuttosto che riconoscere il matrimonio gay, naturalmente sterile, la società dovrebbe operare per un efficace sostegno delle famiglie (e in particolare di quelle numerose) e dovrebbe supportare, cosa che fa solo in minima parte, l’impegno delle famiglie a favore dei minori, dei malati, degli anziani. Terzo punto: i diritti che secondo Battista dovrebbero essere attribuiti alle coppie gay sono molto meno eclatanti di quanto non possa apparire quando li si qualifica come «diritti civili»: essi non solo sono facilmente attivabili con quello che la scienza giuridica chiama il «diritto volontario» (reversibilità della pensione, subentro nel contratto di locazione, assistenza ospedaliera, diritti successori), ma in gran parte sono già ampiamente fruibili a seguito di interpretazioni estensive delle leggi vigenti fatte dalla Cassazione. Corollario: la vera posta in gioco, quando si dibatte sul matrimonio gay, è simbolica, non è giuridica né sociale; i suoi fautori vorrebbero che il diritto riconoscesse situazioni affettive, di cui nessuno vuole negare l’autenticità "privata", ma che non hanno però in sé e per sé, alcun rilievo "pubblico", e questo proprio in un momento storico in cui da parte di tanti ci si batte per allentare ulteriormente i vincoli istituzionali, che nascono dai legami matrimoniali (si pensi al "divorzio breve", ecc.). Esiste una spiritualità del matrimonio, che i cattolici hanno carissima, quando riflettono sul carattere sacramentale riconosciuto da Gesù a questo vincolo. Non è però il matrimonio-sacramento che oggi è in crisi e che va difeso, ma il matrimonio "civile", come credo ben emerga dai punti che ho indicato. È su questi punti, privi di qualsiasi rilievo confessionale, che insistono da anni i cattolici, in quanto hanno a cuore il bene di tutti, credenti e non credenti. Perché non si forniscono loro risposte convincenti, anziché deformare le loro argomentazioni per poter farne oggetto di ironia? tratto da www.avvenire,it |
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di Gianni Saladino Il presidente Obama e il vescovo di New York, mons. Dolan
Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama , si schiera a favore dei matrimoni gay, diventando il primo presidente della storia americana ad assumere una tale posizione. Lo ha spiegato pochi giorni fa durante un'intervista alla Abc, raccontando di aver maturato la propria convinzione negli anni, parlando «con amici, con la famiglia e con i vicini». Una svolta storica per la Casa Bianca: Obama malgrado affermi di essere cristiano, spezza la sua personale lancia a favore del matrimonio omosessuale e tale presa di posizione suona come l'ennesima risposta alla lettera aperta dei leader religiosi americani, pubblicata nel gennaio scorso e promossa dall’arcivescovo cattolico di New York Mons. Dolan. La lettera,dal titolo : Marriage and Religious Freedom: Fundamental Goods That Stand or Fall Together ("Il matrimonio e la libertà religiosa: bene fondativi che si reggono o che crollano assieme) è uno straordinario documento di dottrina sociale cristiana che senza fraintendimenti, si schiera a favore della difesa della «sacralità della vita, del matrimonio tradizionale e della libertà religiosa; il documento è anche pertanto un supremo manifesto politico. Matrimonio naturale e libertà religiosa sono, dice la "lettera aperta", aspetti della medesimo impegno pubblico per il bene comune, non - come ideologicamente cerca di far passare la cultura relativista che dell’omosessualismo fa oggi una bandiera prediletta - un semplice fatto privato. Negli ultimi tempi l’amministrazione Obama ha compiuto passi da giganti nell’offensiva aperta contro i "princìpi non negoziabili" , sono chiare infatti le idee del presidente a proposito di aborto ed eutanasia. Lo scontro fra la Casa Bianca e la Chiesa cattolica che è negli stati Uniti sembra pertanto sempre più chiaro, ed è indicativo che il capo dei vescovi cattolici statunitensi abbia chiesto a un governo americano di annullare immediatamente quanto fatto, anche legislativamente, su questioni eticamente sensibili, come ha fatto mons. Dolan. Mai un capo dei vescovi statunitensi si era visto costretto a istituire ex novo, in promptu e ad hoc un comitato per la difesa ad esempio della libertà religiosa - minacciata dalla nuova cultura dominante e da precise leggi cattive -, come si è trovato a dover fare mons. Dolan, e non per occuparsi di qualche angolo del mondo dove il terrorismo è all’ordine del giorno, ma della patria delle "democrazia compiuta", gli Stati Uniti. |
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La chiesa di Nairobi colpita da una granata (Kenya) Domenica di sangue nelle chiese cristiane in Africa. Nel Nord della Nigeria, a Kano, un campus universitario è stato colpito da diverse esplosioni e, secondo testimoni, anche da numerosi colpi di arma da fuoco. Una ventina di corpi sono stati recuperati, secondo il corrispondente dell’agenzia Afp, ma il bilancio rischia di salire visto che numerosi feriti sono stati evacuati verso gli ospedali della zona, e alcuni versano in gravi condizioni. Un’altra fonte ha confermato di aver visto portar via almeno 15 corpi. LA MESSA - Gli episodi si sono verificati nei pressi di un auditorium dove si stava svolgendo una funzione religiosa cristiana. Abubakar Jibril, portavoce della Nnema (Agenzia nazionale nigeriana per la gestione delle emergenze), ha parlato di tre esplosioni all’università Bayero e di «sporadici colpi di arma da fuoco». Fortemente indiziato il gruppo islamico Boko Haram, che in un attacco in gennaio ha ucciso almeno 150 persone, e ritenuta anche responsabile del rapimento e della morte dell’ostaggio italiano Franco Lamolinara e dell’inglese Cristopher McManus. Boko Haram dal 2009 a oggi ha causato oltre un migliaio di morti in Nigeria e nelle regioni limitrofe. LA CHIESA - A Nairobi, in Kenya, almeno una persona - un sacerdote - è morta e decine sono rimaste ferite, di cui 4 in modo grave, in una chiesa nella quale è stata lanciata una granata. Un portavoce della Croce Rossa locale, Daniel Mutinda, ha spiegato che l’edificio, in lamiera, è devastato: «Le sedie sono sparse in giro e il pavimento è ricoperto di sangue». Fonti di polizia non confermano ancora che possano esserci terroristi legati ad al-Qaeda dietro l’attentato.
tratto da www.corriere.it |
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Societa' Domani con il Patrocinio dell'Università degli Studi Di Palermo. presenta II CORSO DI CULTURA CATTOLICA Il Corso si articola in 9 lezioni che si terranno ogni Lunedì dal 16 Aprile al 11 Giugno 2012 dalle ore 18.00 alle ore 20.00 Per informazioni e prenotazioni rivolgersi a Società Domani Corso Tukory 240 - 90134 Palermo www.societadomani.it
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Tel 347.8107004 Per l’iscrizione è richiesto il Diploma di Scuola Media Superiore. Il Corso è riservato ad un massimo di 40 iscritti. Il contributo ordinario d’iscrizione è di € 30, comprensivo di dispense; agli studenti universitari è invece richiesto un contributo libero. Alla fine del Corso sarà rilasciato un attestato di frequenza. |
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di Thomas 
“Boom dei bebè in provetta nati grazie ai giudici”, è uno dei titoli che campeggiava sulla prima pagina de “La Repubblica” del 13 marzo 2012. Dei magistrati italiani si sono dette tante cose, ma che siano impegnati a fare quadrare il fallimentare bilancio del sottosviluppo demografico, questa ancora ci mancava. Attribuire ai giudici capacità di rigenerazione demografica, esprime un certo livello di delirio ideologico. L’articolo afferma che “almeno duemila bimbi in più nascono ogni anno grazie a una sentenza della Consulta che nel 2009 ha liberalizzato la legge 40” . L’articolista dimentica che i duemila bambini, la cui paternità morale viene attribuita alla rettifica alla legge 40, non riescono a coprire i centoquindicimila uccisi ogni anno, grazie a un’altra legge, la 194 del 1978, sulla “Interruzione Volontaria di Gravidanza” cioè sull’aborto. E’ proprio un “porco mondo”, direbbe Giovannino Guareschi, quello in cui si eliminano legalmente centoquindicimila bambini concepiti naturalmente da coppie fertili, e si “producono” legalmente duemila bambini concepiti artificialmente da coppie non fertili, dopo reiterati e, spesso, esasperanti tentativi. E’ il caso di ricordare che, con la tecnica di fecondazione extracorporea, sono eliminati il 70-75% degli embrioni coltivati in vitro e la maggior parte di quelli trasferiti nelle vie genitali femminili, per non parlare di tutti quelli che muoiono dopo lo scongelamento e quelli che… Insomma… una strage! La FIVET – Fecondazione in vitro con embryo-transfer – degrada l’atto generativo in un atto di produzione tecnica, e la sessualità umana in strumento per fornire gameti. Il medico e il biologo sostituiscono uomo e donna e quest’ultima è costretta a sottoporsi a lunghi, penosi e reiterati trattamenti, ma di questo i movimenti per la liberazione della donna, non parlano. Infine si tace sugli esiti fallimentari della Fivet e si vantano successi percentualmente irrisori. Non è una ideologia o una religione che ci dice chi è l’embrione. Ma solo la biologia ci svela la sua identità. Per dirla con Husserl occorre tornare alla “realtà in sé”. Ma ciò che conta è che i desideri siano stati legittimamente soddisfatti. Quelli di chi ha avuto un bambino e non lo ha voluto. Quelli di chi non poteva avere un bambino e lo ha voluto a tutti i costi. Così il bambino è per noi, invece di essere noi per il bambino. Ma non importa, perché i desideri sono stati “legittimamente” realizzati E, grazie ai giudici.. ……… tutti vissero felici e contenti! |
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di Donato Dell'Orzo 
L’espressione “fare deserto” in ambito religioso si riferisce ad un momento del giorno o della vita del credente vissuto in solitudine, dedicato alla riflessione interiore e al dialogo con Dio. Luoghi come una pineta o un angolo domestico, possono essere validi strumenti per abituare gradualmente se stessi ad ascoltare in silenzio ciò che Dio vuole dirci. Ma andando oltre una possibile scontata decifrazione metaforica si può notare come la parola “deserto” all’interno della tradizione vetero-testamentaria, abbia una forte carica semantica indicando non solo quel luogo inteso come zona di meditazione, ma anche spazio in cui Dio per conferisce l’investitura profetica ai suoi eletti, coloro che sono stati chiamati a rappresentare Jahvè ed essere guide per la comunità. Esodo 3. 1 Mosé stava pascolando il gregge di Jetro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l'Oreb. Il profeta Mosè, sarà guida del popolo d’Israele: lo condurrà fuori dall’Egitto, attraverserà il Mar Rosso e arriverà nel deserto del Sinai, dove sul monte scolpirà le tavole dei dieci comandamenti. Esodo 19.1 Nel primo giorno del terzo mese, da quando furono usciti dal paese d'Egitto, i figli d'Israele giunsero al deserto del Sinai. Dio convocherà anche il profeta Aronne ordinandogli di andare incontro a Mosè: Esodo 4:27 Il Signore disse ad Aronne: «Va' nel deserto incontro a Mosè». Egli andò, lo incontrò al monte di Dio e lo baciò. Lo stesso popolo di Israele rimarrà per 40 anni nel deserto peregrinando prima di arrivare alla Terra Promessa. Per il profeta Osea, il deserto rappresenterà nella sua vicenda drammatica il luogo della redenzione: Osea 2, 16 Perciò ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto perché è là che io voglio parlare al suo cuore. Il deserto è presente anche nei profeti del Nuovo Testamento. Giovanni il Battista ha le sue rivelazioni proprio in questo luogo, facendone un segno distintivo durante la sua predicazione: Giov. 1 22-23 Gli dissero dunque: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: preparate la via del Signore, come disse il profeta Isaia. Il profeta assume non solo un ruolo intellettuale, ma soprattutto morale e religioso. Non è necessaria una predisposizione intellettuale e morale. L’ispirato di Dio, traccia attraverso l’elevatio mentis le linee guida del presente, quelle del futuro e riportando un senso specifico a ciò che è passato. Sarà il Battista, che nel deserto si è nutrito di locuste e miele selvatico ad annunciare il profeta per eccellenza Gesù Cristo. Questi, prima di cominciare la predicazione per la Galilea, per quaranta giorni sosterà in questo luogo pregando e fuggendo le tentazioni del diavolo. Marco 1, 12-15 In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Uno dei più accaniti oppositori, S. Paolo, che si convertirà sulla via di Damasco ha la sua consacrazione a profeta di Cristo trascorrendo un periodo nel deserto dell’Arabia Galati 1:15-18 Ma Dio che m'aveva prescelto fin dal seno di mia madre e mi ha chiamato mediante la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunziassi fra gli stranieri. Allora io non mi consigliai con nessun uomo, né salii a Gerusalemme da quelli che erano stati apostoli prima di me, ma me ne andai subito in Arabia; quindi ritornai a Damasco. Poi, dopo tre anni, salii a Gerusalemme per visitare Cefa e stetti da lui quindici giorni. Il luogo del deserto quindi come luogo non solo della solitudine, ma anche delle rivelazioni e della preghiera. Questo periodo quaresimale, deve essere visto come una risorsa, un’opportunità per sperimentare ancora una volta, facendo deserto, il mistero della morte e risurrezione. Il cristiano è chiamato non a profetizzare come gli indovini, ma ad essere profeta cioè a “parlare pubblicamente” e senza paura portando un rinnovamento sociale sulla base dei valori predicati da Gesù. Accettare di essere profeti significa anche misurare il percorso di cambiamento attraverso le prove che la vita offre, imparando gradualmente a fortificare il proprio spirito non solo con i momenti di riflessione (lectio divina, adorazione eucaristica), ma anche con ogni tipo di digiuno. In una società in cui si urla continuamente per imporre la propria opinione, in cui la visibilità implica spesso compromessi con la propria dignità di essere umano, il vero profeta è colui che impara a far del silenzio un dono, che ascolta il fratello che gli sta vicino: il suo prossimo. |
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di Francesco Riccardi
 C’è un giorno che è come nessun altro. Perché libero, festivo, speciale. E che perciò va preservato dall’obbligo invadente del lavoro, del vendere e del comprare. In difesa della Domenica – del Dies dominicus – così, domani scenderà nelle piazze di 12 Paesi europei una "santa alleanza" laica. Costituita da sindacati di varia estrazione, associazioni della società civile, assieme alle comunità cattoliche, protestanti e ortodosse. Tutti uniti nella European sunday alliance, appunto, per ribadire il carattere particolare e fondamentale della domenica. Il problema è di tutto il Continente, per le spinte sempre più forti a produrre e vendere a ciclo continuo. Nel nostro Paese, però, i volantinaggi che saranno organizzati dalle federazioni del commercio di Cgil, Cisl e Uil in una decina di città assumono un significato particolare all’indomani del decreto "Salva-Italia". A fine 2011, infatti, il governo Monti ha improvvidamente liberalizzato gli orari dei negozi, che potranno restare aperti 24 ore su 24, e tutte le 52 domeniche di un anno.Una norma non ancora pienamente in vigore – e sulla quale alcune Regioni hanno già annunciato ricorso alla Consulta – ma che è emblematica di una deriva culturale. Un nuovo "pensiero unico" che maschera come una maggiore libertà e progresso, ciò che in realtà è un impoverimento e una restrizione della libertà stessa, senza alcuno sviluppo certo. Beninteso, il lavoro domenicale è sempre esistito e nessuno ha mai posto in dubbio che vadano assicurati i servizi essenziali: dalla sanità ai trasporti. Così come nelle località turistiche, l’accoglienza viene assicurata anche e soprattutto nelle festività, compensando col riposo in altri giorni e tempi dell’anno. Ma spingere perché l’intero commercio (e su un piano parallelo l’industria) adotti un modello di apertura senza soluzione di continuità, denuncia una visione meramente economicista. Espone un numero sempre crescente di lavoratori allo stress di barcamenarsi tra turni improbabili, con le immaginabili difficoltà a seguire i figli, a stare insieme in famiglia, a vivere la domenica come il giorno non solo del riposo, ma della riflessione personale, della preghiera per i credenti, della partecipazione alla vita comunitaria per tutti. La crisi, sostengono in molti, si batte moltiplicando le occasioni d’acquisto, facendo ripartire i consumi interni. Una teoria economica tutta da verificare, quando per molte famiglie a far difetto sono le entrate. Quando i salari sono fermi da anni e l’inflazione erode grandemente il potere d’acquisto. Ma che, soprattutto, svela il vero ribaltamento di valore nel quale si rischia di lasciar scivolare le domeniche e le festività. Al centro, infatti, viene posta la merce, lo scambio profittevole, tutt’al più un tempo libero da riempire di divertimento a pagamento, in quei centri commerciali destinati a soppiantare il ritrovarsi nelle piazze cittadine. Perdendo la dimensione della gratuità dei rapporti fra le persone, che – secondo una grande tradizione ebraico- cristiana che si è fatta tradizione civile – è invece proprio la cifra costitutiva della festa. Il rischio è che le domeniche vengano frammentate, rese omogenee agli altri giorni della settimana. Come un martedì o un giovedì qualsiasi, che differenza fa riposare in mezzo alla settimana? Il tempo della festa viene scomposto, sminuzzato in tanti periodi di "riposo" singolo. Si perde così la possibilità di sincronizzare con gli altri il proprio tempo, di fare 'festa assieme', veramente liberi. Un paradosso della modernità: sempre interconnessi tramite le tecnologie, mai liberi di incontrarsi tutti insieme in un tempo reale e non virtuale. E una società asincrona, dove ognuno vive il proprio tempo non coordinato con quello degli altri, è un tessuto più fragile, più povero, non certo più ricco. Tutto, in fondo, oggi si può vendere e comprare. Ma la domenica, che è la nostra libertà insieme personale e collettiva, non ha prezzo. tratto da www.avvenire.it |
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di Gianni Saladino . Il ministro Fornero In questi giorni di follia sanremese è passata inosservata un’importantissima iniziativa del nostro “governo tecnico” (nessun principale quotidiano ha riportato la notizia.) Il 16 febbraio scorso , il ministro del Welfare Elsa Maria Fornero (con delega per le Pari Opportunità) ha aperto il convegno organizzato dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), operante presso la presidenza del Consiglio dei ministri, con le principali associazioni LGBT (Lesbo-Gay-Bisex-Transgender). Il convegno si è tenuto nella prestigiosa Sala polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei ministri con il titolo ”Contrasto della discriminazione basata sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”. Nell’occasione l’Italia ha firmato un programma del Consiglio d’Europa per promuovere l’agenda gay. Come affermato dal direttore dell’UNAR Massimiliano Monnanni - “l’Italia è il primo Paese dell'Unione europea ad aderire al programma del Consiglio d’Europa che, recependo la Raccomandazione adottata dal Comitato dei Ministri CM/REC 5 del 2010, mira ad offrire assistenza tecnica e finanziaria agli Stati membri del Consiglio d'Europa nell’implementazione di politiche di contrasto alla discriminazione nei confronti delle persone LGBT, avvalendosi, in ciascuno stato, di un network informale di focal point governativi". Il programma prevede interventi nel campo della scuola per “prevenire e contrastare il bullismo omofobico e transfobico”, la prevenzione e il contrasto della discriminazione nel mondo del lavoro, informazione e sensibilizzazione nei confronti delle forze dell’ordine; e l’intervento anche su quanto verrà detto in proposito sui mass media (e su questo vigilerà anche il sindacato dei giornalisti). Il ministro Fornero ha dato un grosso sostegno a questo programma, e ancora una volta ha sottolineato l’importanza dell’intervento nella scuola per combattere queste discriminazioni “attraverso l'educazione e la formazione alle diversità che esistono tra le persone e che noi dobbiamo vivere come un fatto bello della vita". Come scrive Riccardo Cascioli : “si vede, per i ministri di questo governo non solo il posto fisso è noioso, ma anche escsere maschio o femmina tutta la vita.! “ Dobbiamo fare molto in questo Paese sotto il profilo della discriminazione – ha aggiunto la Fornero -, dobbiamo mettere in campo strumenti normativi-educativi fin dalla prima infanzia, sapendo che abbiamo poche risorse". L’intervento del nostro ministro è stato sottolineato da Ralf-Rene' Weingaertner, direttore della sezione Diritti umani e Antidiscriminazione del Consiglio d'Europa, che ha parlato compiaciuto di “nuova strategia dell’Italia” in materia ma ha poi sottolineato che devono anche mutare normativa e mentalità. E’ chiaro cosa ci aspetta nei prossimi mesi: programmi scolastici obbligatori che insegnino come l’omosessualità sia una delle tante opzioni possibili in materia di genere; tentativo di equiparare le unioni gay ai matrimoni eterosessuali; apertura alle adozioni da parte di gay e lesbiche; controllo sulle opinioni espresse sui mass media e via di questo passo….e mentre una circoscritta lobby omosessualista detta legge noi continuiamo a parlare di sanremo.
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di Mario Palmaro La Concordia
Il naufragio della Concordia all’Isola del Giglio è un boccone amaro difficile da digerire. Non tanto perché le navi non possano andare a picco: ogni tanto accade, per motivi che consideriamo rispettabili o addirittura ineluttabili, come una tempesta furiosa o un’avaria meccanica. Ma la vicenda del Concordia è qualche cosa di completamente diverso. E’ buona regola che non siano i giornali a fare i processi, e anche in questo caso sarà bene aspettare gli esiti dell’inchiesta. Possiamo però commentare i fatti che emergono dalle cronache dei giornali, per affrontare il nodo più grosso di tutta questa storia: il comportamento del capitano. Che ha tutto il diritto di difendersi, e che non merita di essere linciato dai mass media. Tuttavia, alcuni aspetti della sua presunta condotta – in attesa di smentite e spiegazioni, sempre possibili – meritano un commento. La prima riflessione riguarda l’errore umano: una nave imponente e portentosa come il Concordia sembra fatta apposta per dimenticarsi il ruolo che l’uomo continua a giocare nella realtà. La tecnologia – e peggio ancora la tecno-scienza – tendono a farci sopravvalutare il fattore meccanico, e a svilire l’importanza dell’atto umano. Il risultato è che le navi inaffondabili, gli aerei supersonici e le banche infallibili continuano rispettivamente ad affondare, a cadere e a fallire. In questa tragica e affascinante partita che è la vita, la libertà umana, la genialità, la leggerezza, il coraggio e la viltà del cuore dell’uomo continuano a essere decisivi. Strumenti sofisticati, sistemi informatici incredibilmente complessi, materiali fantascientifici non possono nulla di fronte al fattore umano. Da oggi sarà bene ripeterselo tutti i giorni, un po’ come il “memento mori” della saggia tradizione cattolica. La seconda idea è legata a filo doppio alla prima, e riguarda l’esercizio delle virtù nelle situazioni di emergenza. Quando capita qualche cosa di terribile e di assolutamente nuovo e mai sperimentato – come l’inizio dell’affondamento della nave da crociera che comandi – ti trovi di fronte alla necessità di prendere decisioni rapide, dalle quali dipende la vita di molte persone, e innanzitutto la tua. Anche qui la tecnica della prevenzione del rischio può fare molto, stabilendo delle procedure, e obbligandoti ad allenarti a eseguirle. Ma fra una prova di evacuazione e una nave che sta affondando davvero passa una differenza enorme, praticamente la stessa che corre fra una teoria e la vita. Il capitano di una nave – è proverbiale - sa che deve lasciare per ultimo la sua creatura, pensando prima a tutti gli altri. Chi pensa che sia facile farlo è uno stupido. Però questo è ciò che ci si aspetta da colui che comanda una nave. Come si può fare a prepararsi al momento terribile dell’emergenza assoluta? La nostra storia umana e religiosa ci dice che le virtù hanno bisogno di essere temprate dall’allenamento e dalla volontà, che bisogna inseguire tutti i giorni un habitus buono, una costante familiarità con il bene. E questo è un discorso che oggi è diventato impopolare non solo per i capitani delle navi, ma anche per gli economisti, gli operatori di borsa, i medici, e tutte le categorie che potete immaginare. Forse, un capitano che scappa prima degli altri ci fa paura perché ci fa capire quanto poco siamo ormai pronti a sacrificarci per gli altri, ovunque. Terza riflessione: in questa tragedia del Concordia ci sono state moltissime persone che hanno agito in modo encomiabile, fino all’eroismo, attardandosi sulla nave e rischiando la morte o –chissà – addirittura trovandovela. E questo dimostra, ancora una volta, che il bene è possibile anche quando tutto intorno a te si rovescia, crolla, affonda, e magari ti senti afferrato dal timor panico e dalla massa urlante che spinge a mettere in salvo sé stessi, e buonanotte all’altruismo. Questo mistero che è l’uomo è davvero qualcosa di più profondo che un complesso di conoscenze tecniche sul salvataggio; è ben più di un fascio di muscoli, di vasi sanguinei e di umori interni attivati dall’energia corporea. L’uomo è la sua anima.
Quarta e ultima considerazione: anche nel ventunesimo secolo, nell’era del dibattito, del confronto, dell’assemblearismo e della democrazia come fatto sacro; anche in questo scenario abbiamo ancora bisogno di capitani. Quando c’è bisogno di decisioni rapide e sicure, di garantire il bene comune, di guidare una comunità verso la salvezza, ci vuole qualcuno che comandi, e che intenda il comando come servizio agli altri. Qualcuno che, facendosi ultimo, però si prenda la responsabilità di decidere. E’ una lezione per le istituzioni laiche. Ma lo è anche per la stessa comunità cattolica. La quale un capitano – il Papa – ce l’ha. Un tipo di capitano che sulla barca di Pietro – come ogni pontefice – rimane sempre fino alla fine, costi quello che costi. Se poi l’equipaggio volesse anche aiutarlo, tanto meglio.
tratto da www.labussolaquotidiana.it |
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