"Non sarà una tirannia del terrore o dell'oppressione come nel tempo andato. Il governo sarà mite e paternalistico. Potrà perfino conservare le forme democratiche, con elezioni periodiche. Ma di fatto ogni cosa sarà governata da un potere immenso e tutelare." - C. Taylor
Visite
Visitatori: 85514
|
|
di Gianni Saladino . Il ministro Fornero In questi giorni di follia sanremese è passata inosservata un’importantissima iniziativa del nostro “governo tecnico” (nessun principale quotidiano ha riportato la notizia.) Il 16 febbraio scorso , il ministro del Welfare Elsa Maria Fornero (con delega per le Pari Opportunità) ha aperto il convegno organizzato dall’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali), operante presso la presidenza del Consiglio dei ministri, con le principali associazioni LGBT (Lesbo-Gay-Bisex-Transgender). Il convegno si è tenuto nella prestigiosa Sala polifunzionale della Presidenza del Consiglio dei ministri con il titolo ”Contrasto della discriminazione basata sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”. Nell’occasione l’Italia ha firmato un programma del Consiglio d’Europa per promuovere l’agenda gay. Come affermato dal direttore dell’UNAR Massimiliano Monnanni - “l’Italia è il primo Paese dell'Unione europea ad aderire al programma del Consiglio d’Europa che, recependo la Raccomandazione adottata dal Comitato dei Ministri CM/REC 5 del 2010, mira ad offrire assistenza tecnica e finanziaria agli Stati membri del Consiglio d'Europa nell’implementazione di politiche di contrasto alla discriminazione nei confronti delle persone LGBT, avvalendosi, in ciascuno stato, di un network informale di focal point governativi". Il programma prevede interventi nel campo della scuola per “prevenire e contrastare il bullismo omofobico e transfobico”, la prevenzione e il contrasto della discriminazione nel mondo del lavoro, informazione e sensibilizzazione nei confronti delle forze dell’ordine; e l’intervento anche su quanto verrà detto in proposito sui mass media (e su questo vigilerà anche il sindacato dei giornalisti). Il ministro Fornero ha dato un grosso sostegno a questo programma, e ancora una volta ha sottolineato l’importanza dell’intervento nella scuola per combattere queste discriminazioni “attraverso l'educazione e la formazione alle diversità che esistono tra le persone e che noi dobbiamo vivere come un fatto bello della vita". Come scrive Riccardo Cascioli : “si vede, per i ministri di questo governo non solo il posto fisso è noioso, ma anche escsere maschio o femmina tutta la vita.! “ Dobbiamo fare molto in questo Paese sotto il profilo della discriminazione – ha aggiunto la Fornero -, dobbiamo mettere in campo strumenti normativi-educativi fin dalla prima infanzia, sapendo che abbiamo poche risorse". L’intervento del nostro ministro è stato sottolineato da Ralf-Rene' Weingaertner, direttore della sezione Diritti umani e Antidiscriminazione del Consiglio d'Europa, che ha parlato compiaciuto di “nuova strategia dell’Italia” in materia ma ha poi sottolineato che devono anche mutare normativa e mentalità. E’ chiaro cosa ci aspetta nei prossimi mesi: programmi scolastici obbligatori che insegnino come l’omosessualità sia una delle tante opzioni possibili in materia di genere; tentativo di equiparare le unioni gay ai matrimoni eterosessuali; apertura alle adozioni da parte di gay e lesbiche; controllo sulle opinioni espresse sui mass media e via di questo passo….e mentre una circoscritta lobby omosessualista detta legge noi continuiamo a parlare di sanremo.
|
|
|
di Mario Palmaro La Concordia
Il naufragio della Concordia all’Isola del Giglio è un boccone amaro difficile da digerire. Non tanto perché le navi non possano andare a picco: ogni tanto accade, per motivi che consideriamo rispettabili o addirittura ineluttabili, come una tempesta furiosa o un’avaria meccanica. Ma la vicenda del Concordia è qualche cosa di completamente diverso. E’ buona regola che non siano i giornali a fare i processi, e anche in questo caso sarà bene aspettare gli esiti dell’inchiesta. Possiamo però commentare i fatti che emergono dalle cronache dei giornali, per affrontare il nodo più grosso di tutta questa storia: il comportamento del capitano. Che ha tutto il diritto di difendersi, e che non merita di essere linciato dai mass media. Tuttavia, alcuni aspetti della sua presunta condotta – in attesa di smentite e spiegazioni, sempre possibili – meritano un commento. La prima riflessione riguarda l’errore umano: una nave imponente e portentosa come il Concordia sembra fatta apposta per dimenticarsi il ruolo che l’uomo continua a giocare nella realtà. La tecnologia – e peggio ancora la tecno-scienza – tendono a farci sopravvalutare il fattore meccanico, e a svilire l’importanza dell’atto umano. Il risultato è che le navi inaffondabili, gli aerei supersonici e le banche infallibili continuano rispettivamente ad affondare, a cadere e a fallire. In questa tragica e affascinante partita che è la vita, la libertà umana, la genialità, la leggerezza, il coraggio e la viltà del cuore dell’uomo continuano a essere decisivi. Strumenti sofisticati, sistemi informatici incredibilmente complessi, materiali fantascientifici non possono nulla di fronte al fattore umano. Da oggi sarà bene ripeterselo tutti i giorni, un po’ come il “memento mori” della saggia tradizione cattolica. La seconda idea è legata a filo doppio alla prima, e riguarda l’esercizio delle virtù nelle situazioni di emergenza. Quando capita qualche cosa di terribile e di assolutamente nuovo e mai sperimentato – come l’inizio dell’affondamento della nave da crociera che comandi – ti trovi di fronte alla necessità di prendere decisioni rapide, dalle quali dipende la vita di molte persone, e innanzitutto la tua. Anche qui la tecnica della prevenzione del rischio può fare molto, stabilendo delle procedure, e obbligandoti ad allenarti a eseguirle. Ma fra una prova di evacuazione e una nave che sta affondando davvero passa una differenza enorme, praticamente la stessa che corre fra una teoria e la vita. Il capitano di una nave – è proverbiale - sa che deve lasciare per ultimo la sua creatura, pensando prima a tutti gli altri. Chi pensa che sia facile farlo è uno stupido. Però questo è ciò che ci si aspetta da colui che comanda una nave. Come si può fare a prepararsi al momento terribile dell’emergenza assoluta? La nostra storia umana e religiosa ci dice che le virtù hanno bisogno di essere temprate dall’allenamento e dalla volontà, che bisogna inseguire tutti i giorni un habitus buono, una costante familiarità con il bene. E questo è un discorso che oggi è diventato impopolare non solo per i capitani delle navi, ma anche per gli economisti, gli operatori di borsa, i medici, e tutte le categorie che potete immaginare. Forse, un capitano che scappa prima degli altri ci fa paura perché ci fa capire quanto poco siamo ormai pronti a sacrificarci per gli altri, ovunque. Terza riflessione: in questa tragedia del Concordia ci sono state moltissime persone che hanno agito in modo encomiabile, fino all’eroismo, attardandosi sulla nave e rischiando la morte o –chissà – addirittura trovandovela. E questo dimostra, ancora una volta, che il bene è possibile anche quando tutto intorno a te si rovescia, crolla, affonda, e magari ti senti afferrato dal timor panico e dalla massa urlante che spinge a mettere in salvo sé stessi, e buonanotte all’altruismo. Questo mistero che è l’uomo è davvero qualcosa di più profondo che un complesso di conoscenze tecniche sul salvataggio; è ben più di un fascio di muscoli, di vasi sanguinei e di umori interni attivati dall’energia corporea. L’uomo è la sua anima.
Quarta e ultima considerazione: anche nel ventunesimo secolo, nell’era del dibattito, del confronto, dell’assemblearismo e della democrazia come fatto sacro; anche in questo scenario abbiamo ancora bisogno di capitani. Quando c’è bisogno di decisioni rapide e sicure, di garantire il bene comune, di guidare una comunità verso la salvezza, ci vuole qualcuno che comandi, e che intenda il comando come servizio agli altri. Qualcuno che, facendosi ultimo, però si prenda la responsabilità di decidere. E’ una lezione per le istituzioni laiche. Ma lo è anche per la stessa comunità cattolica. La quale un capitano – il Papa – ce l’ha. Un tipo di capitano che sulla barca di Pietro – come ogni pontefice – rimane sempre fino alla fine, costi quello che costi. Se poi l’equipaggio volesse anche aiutarlo, tanto meglio.
tratto da www.labussolaquotidiana.it |
|
|
di Tommaso Scandroglio l'ingresso del campo di Auschwitz “Arbeit macht frei”. Il lavoro rende liberi. Questa era la scritta di benvenuto assai menzognera posta all’ingresso di molti campi di concentramento nazisti. A leggere la notizia del provvedimento di Monti contenuto nella manovra “Salva Italia” che riguarda la liberalizzazione degli orari dei negozi, ci è venuta alla mente per un gioco di libere associazioni questa drammatica scritta (anzi è meglio definirlo drammatico epitaffio). Per quale motivo? Il provvedimento, appena entrato in vigore, concede facoltà agli esercizi commerciali di decidere in piena autonomia gli orari di apertura e chiusura. Salta quindi il vincolo della mezza giornata di chiusura settimanale, e della chiusura alla domenica e nelle festività comandate. Il popolo italico esulta: il 78% dei nostri connazionali è favorevole (fonte Ipsos). Lo shopping diventa condizione esistenziale perenne. Già in precedenza si potevano chiedere deroghe, ma da ieri il percorso è stato reso ancor più agevole. L’intento del governo è semplice: più si lavora, più si spende, meglio gira la ruota dell’economia. Il problema sta nel fatto che sotto questa ruota rimarranno schiacciate la persona e la famiglia. Questo provvedimento è da bocciare per alcune motivazioni sia di carattere morale, che di natura psicologica-esistenziale, nonché sociale e - paradossalmente - anche economica. “Arbeit macht frei”. Il lavoro rende liberi. Anche se questa scritta non fosse stata posta all’ingresso dei campi di concentramento nazisti con il chiaro intento di tranquillizzare e quindi ingannare i deportati, il contenuto della stessa rimarrebbe menzognero. E’ la verità, cioè Cristo, che ci rende liberi, non il lavoro come invece ha suggerito il barbuto Marx o prima di lui il proto-liberale John Locke. Questo non toglie che il lavoro può essere uno strumento per arrivare alla verità e quindi alla libertà, cioè se lo intendiamo e lo viviamo come mezzo per realizzare noi stessi e per santificarci. Ad esempio chi non lavora non ha i soldi per condurre un’esistenza dignitosa. Ma il lavoro diventa una schiavitù quando non è più inteso come mezzo ma come fine: lavorare per lavorare, oppure lavorare unicamente per far cassa, senza scopi ulteriori e più alti. Il provvedimento di Monti costringerà i commercianti a lavorare sempre di più, anche di notte: il sole sul regno del libero mercato non tramonterà mai. La facoltà di tenere aperto o chiuso il negozio a proprio piacimento è una favola perché a dettare le regole nel libero mercato è la concorrenza. Se la grande distribuzione avrà mezzi e risorse per aperture non stop, i piccoli commercianti non potranno che cimentarsi – forse inutilmente – in un’estenuante maratona per tentare di fronteggiare la concorrenza dei mega-store. Dunque ecco che un provvedimento apparentemente liberale si mostra essere strumento per schiavizzare con il lavoro i commercianti. L’inversione dei termini è disumanizzante: si vive per lavorare e non più, come si dovrebbe, si lavora per vivere. O, a specchio, come disse Gesù riferendosi al tempo del riposo: “Il sabato è stato fatto per l'uomo, e non l'uomo per il sabato”. Il lavoro è in funzione della propria crescita personale, altrimenti si finisce per diventare una rotella di un meccanismo economico spersonalizzante. Insomma pensavamo che il taylorismo fosse finito ma con Monti pare che ci sia un pericoloso revival di questo fenomeno. Il riposo è occasione per recuperare i propri tempi esistenziali, la quiete è ristoro per la psiche e l’anima. Non solo: il riposo è efficace prima di tutto per il lavoro stesso, perché permette di rinfocolare quelle energie interiori che consentono di rimetterci alla scrivania o al banco di lavoro con maggiore efficienza, maggior profitto ed inventiva. Anche Dio si riposò il settimo giorno. Forse che vogliamo essere migliori di lui? Ma c’è un altro motivo per cui l’idea montiana è da rigettare. La domenica, le feste sono momenti dedicati a stare in famiglia. Nuovamente questa realtà sociale viene intesa dai politici in modo astratto: la famiglia semplicemente non esiste. In questi ultimi anni si stava assistendo ad una migrazione al contrario delle donne dal mondo del lavoro al focolare domestico, soprattutto chiedendo il part-time. Segno questo, tra i molti, che la famiglia è vocazione incardinata nell’intimo del cuore di ogni uomo. Ecco che invece, proprio come nei campi di concentramento, il papà e forse anche la mamma verranno deportati nei centri commerciali a lavorare, volenti o nolenti, anche alla domenica. I negozi rimarranno aperti e le famiglie chiuderanno non per ferie ma per lavoro. Inoltre questo provvedimento fa male per paradosso all’economia stessa. I sostenitori della proposta affermano che aumenteranno i posti di lavoro dato che gli orari si prolungheranno. A parte il fatto che anche se così fosse, ciò non giustificherebbe per i motivi sopra esposti la liberalizzazione degli orari, però viene da chiedersi perché l’Ascom, la Confesercenti e i sindacati sono sul piede di guerra. Se ci fossero nuove assunzioni e più affari per tutti perché protestare? Il timore nasce da queste considerazioni. Primo: molto probabilmente non si faranno nuove assunzioni, ma si tenterà di allungare l’orario dei dipendenti già assunti oppure turnare con maggior frequenza gli stessi. Insomma più lavoro per chi già lavora, meno lavoro per gli altri. Ma ammesso e non concesso che invece ci saranno nuove assunzioni queste non compenseranno le perdite di posti lavoro conseguenti alla chiusura dei negozi che non reggeranno la concorrenza. Infatti le grandi reti di distribuzione potranno far fronte ad aperture prolungate, ma i piccoli esercenti molto probabilmente dovranno abbassare la serranda per sempre dato che non saranno in grado di farsi carico di nuove assunzioni. Questo anche a danno di una certa qualità dei prodotti e dei servizi tipici del negozio sotto casa dove, tra l’altro, il rapporto di fiducia tra cliente e commerciante è sicuramente un plus valore, introvabile nei centri commerciali. |
|
Leggi tutto...
|
|
|
Di Gianni Saladino Riportiamo di seguito alcuni stralci dell'omelia pronunciata il 1° gennaio 2012, a palazzo delle Aquile, dal cardinale di Palermo Paolo Romeo, durante la celebrazione Eucaristica, nel suo consueto incontro di inizio anno con gli amministratori della Città. L'intervento del vescovo ha suscitato diverse polemiche a nostro parere ingiuste e sintomo di una crescente intolleranza verso noi cattolici. Il nostro pastore è stato accusato infatti di discriminazione solo per aver rivolto un accorato appello affinchè tutte le Istituzioni si adoperino responsabilmente per salvaguardare il carattere sacro e di insostituibile valore dell’unione fra un uomo e una donna e per aver affermato che la legge di Dio non può essere cambiata, perché è scritta nella natura dell’uomo stesso. S.E.R il Cardinale Paolo Romeo "In questo Palazzo di Città, che è il luogo più rilevante dell’istituzione civile palermitana, mi è doveroso fare appello al cuore di tutti e singoli i palermitani: la Palermo che sogniamo e che desideriamo passa dalla nostra determinazione interiore a renderla più bella, più accogliente, più onesta, più laboriosa. E questo è compito di tutti, compito che matura nel cuore, che si fa strada in una elaborazione interiore quotidiana e feconda, illuminata dalla nostra fede, orientata dai valori umani fondamentali che si pongono alla base della civile convivenza e del vero progresso. L’augurio di riconciliazione e di solidarietà scavalca la sfera dei rapporti strettamente personali e raggiunge gli estremi confini della terra. L’anno nuovo comincia proprio con l’impegno della pace, sottolineato di volta in volta da un particolare tema di riflessione proposto dal tradizionale Messaggio del Santo Padre, quasi a voler mettere sotto un unico grande manifesto programmatico le opere e i giorni di questo nuovo arco di storia. In particolare, il tema scelto da Papa Benedetto XVI per questo nuovo anno 2012 è “Educare i giovani alla giustizia e alla pace”. I giovani vivono tanti aspetti con apprensione: Il desiderio di ricevere una formazione che li prepari in modo più profondo ad affrontare la realtà, la difficoltà a formare una famiglia e a trovare un posto stabile di lavoro, l’effettiva capacità di contribuire al mondo della politica, della cultura e dell’economia per la costruzione di una società dal volto più umano e solidale. Intercettare i desideri più profondi dei giovani del nostro tempo è certamente una priorità da parte della comunità ecclesiale, ma, facendo eco alle parole del Santo Padre, desidero sottolineare che è anche un dovere di tutte le istituzioni educative, a cominciare dalla famiglia “piccola chiesa domestica” e “cellula originaria della società”. In questo tempo di crisi l’istituzione familiare deve essere maggiormente tutelata e valorizzata quale soggetto educativo responsabile della costruzione del futuro dei giovani e dunque del futuro dell’intera società civile. Ed a proposito della famiglia, lasciate che, come Padre e Pastore di questa amata Chiesa di Palermo, rivolga proprio oggi e proprio all’interno di questo Palazzo di Città, un accorato appello perché tutte le Istituzioni si adoperino responsabilmente per salvaguardare il carattere sacro e di insostituibile valore dell’unione fra un uomo e una donna: è all’interno della famiglia che il dono della vita può fiorire e svilupparsi perché essa è punto di riferimento, è il primo ambiente in cui l’uomo si relaziona, è il primo luogo di formazione psicologica e morale di ogni persona. La sua legge non può essere cambiata, perché è scritta nella natura dell’uomo stesso”. D’altra parte è l’appello che il Santo Padre rivolge a tutti i responsabili politici “chiedendo loro di aiutare concretamente le famiglie e le istituzioni educative ad esercitare il loro diritto-dovere di educare. Non deve mai mancare un adeguato supporto alla maternità e alla paternità. Facciano in modo che a nessuno sia negato l’accesso all’istruzione e che le famiglie possano scegliere liberamente le strutture educative ritenute più idonee per il bene dei propri figli. Si impegnino a favorire il ricongiungimento di quelle famiglie che sono divise dalla necessità di trovare mezzi di sussistenza. Offrano ai giovani un’immagine limpida della politica, come vero servizio per il bene di tutti”. Il nuovo anno richiede uno sguardo di speranza che guardi a ciò che è possibile costruire con la buona volontà e l’impegno di tutti. Le nuove generazioni attendono da noi un forte esempio di dedizione e la testimonianza di coerenza e di creatività anche in mezzo ai sacrifici che le contingenze attuali ci richiedono. Ma ogni sforzo rischia di essere vano se non viene illuminato dalla luce della grazia divina, se non è animato dalla forza dell’amore, se non è proiettato nell’orizzonte della costruzione del Regno di Dio. La fede che fu di Maria Vergine, Madre di Dio, sia anche la nostra, all’inizio di questo nuovo anno in cui invochiamo la benedizione del Signore sulle nostre vite e sul nostro impegno: il Signore rivolga su di noi il suo volto e ci doni la sua pace, aiutandoci ogni giorno a costruirla e custodirla insieme”. |
|
|
di Angelo Busetto Giotto. Natività (part.) Cappella degli Scrovegni. Il Natale è fatto a strati, e a strati è atteso e desiderato. C’è il Natale della vacanza dal lavoro e dalla scuola. Chi non lo desidera? Il tepore della casa e il dolce far nulla si riempiono di cose e di affetti. C’è il Natale della gita di un giorno, della settimana in montagna, del viaggio verso spiagge esotiche. C’è il Natale delle strade e dei negozi, delle luci e delle compere, con l’ansia e la gioia dei regali da fare e da ricevere. Il Natale delle festicciole con i bambini delle Scuole materne ed elementari (se ne fanno ancora?). Il Natale delle musiche in piazza e nelle chiese e delle iniziative di beneficenza, delle visite ai parenti e alla casa di riposo. C’è il Natale della comunità, con il presepio in chiesa, quello fatto da artigiani provetti e quello costruito dai ragazzi e dalle catechiste. Il Natale della Novena, con la preparazione dei canti e della liturgia. C’è il Natale della confessione, della riflessione, dell’adorazione. Il Natale della conversione. C’è il Natale della Messa di mezzanotte - almeno quella! - con i canti della tradizione. Il Bambino Gesù si presta a tutti i Natali. E noi oggi, di quale Natale abbiamo bisogno? Il Natale di una bella liturgia, di una buona omelia, di una comunità cristiana vera, credente, unita, anche affettuosa, per quell’amicizia rinnovata dal calore della Sua presenza. Il Natale della contemplazione, del “tempo silenzioso”, come ricordava papa Benedetto alla gente della sua Baviera: quando “la natura fa una pausa; la terra è coperta dalla neve; il mondo contadino è fermo, non potendo lavorare; tutti sono necessariamente in casa”. Il silenzio della casa diventa, per la fede, “attesa del Signore, gioia della sua presenza”. Per fortuna, nota il Papa, “le tradizioni popolari della fede non sono sparite, anzi, sono state rinnovate, approfondite; e così creano isole per l’anima, isole del silenzio, isole della fede, isole per il Signore. E speriamo che anche in futuro questa forza della fede, la sua visibilità, rimanga e aiuti ad andare avanti, come vuole l’Avvento, verso il Signore”. Abbiamo bisogno del Natale cristiano, stanchi come siamo ormai dei segni vuoti, delle baldorie sciupate, delle promesse tradite. Abbiamo bisogno di fermarci davanti al presepio, lasciandoci condurre nel percorso della strada di sassi e stagnola fino alla grotta del Bambino. Per arrivare a fermarci davanti al tabernacolo della Chiesa, dove il Bambino di carne diventa pane per la nostra fame umana. Il Natale del 25 dicembre e il Natale di ogni giorno, per me e per te. |
|
|
di Chiara Mantovani il libro che racconta la storia di Luca
L’incontro con un ragazzo che, dopo aver trascorso molta parte della propria vita comportandosi da omosessuale, ha deciso di guardarsi dentro, ha ricevuto una forte motivazione religiosa e ha cambiato stile di vita è, evidentemente, un messaggio troppo forte da accettare. Così, l’ennesima conferenza di Luca (che "era gay e adesso sta con lei"), a Ferrara la settimana scorsa, ha ancora una volta sollevato il problema del cambiamento radicale da omosessuale a eterosessuale, ricevendo una tanto accesa contestazione da suscitare almeno alcuni “perché?”. Perché non è possibile ascoltare senza polemiche il racconto di una conversione? Perché non sopire i toni contestatori e smettere di negare un fatto solo perché è in contrasto con la propria vita? Perché c’è sempre qualcuno che parla di sopruso e discriminazione verso gli omosessuali, quando la prima cosa che si dichiara è che il rispetto verso le singole persone è pieno e sincero? Con un titolo che non lasciava spazio alle illazioni: “Ero gay, con Maria ho ritrovato me stesso”, il racconto di Luca si è svolto in una parrocchia, organizzato da associazioni dichiaratamente cattoliche, preceduto e concluso da una preghiera: nessun dubbio, si era in una prospettiva di fede, in un contesto culturale che dichiara di credere nella legge naturale, accetta i dati biologici senza per questo idolatrarli, consapevole che gli esseri umani sono degli spiriti incarnati, corpi ma non solo, anime immortali ma intessute di fisicità. Il racconto di Luca è filato liscio, anche se qualche commento sarcastico ha sottolineato i passaggi più fideistici, ma fin qui nessuna meraviglia. Il folto gruppo di rappresentanti dell’ARCI gay cittadina aveva iniziato già il giorno prima a promettere la contestazione del relatore e ad esigere di essere ascoltati, inoltrando tramite i giornali locali l’invito a intervenire per esternare le proprie posizioni e a “picchettare” l’ingresso. Se si fosse trattato di un pubblico dibattito sulle teorie scientifiche e psicologiche dell’omosessualità, ci sarebbe stato qualche motivo per chiedere la parola, ma il contesto di testimonianza, e i toni accesi della lettera ai quotidiani, consigliava di accettare solo domande scritte. A detta dei contestatori, questo era inaccettabile e ha dato origine ad intolleranze verbali. Ma la ribalta alle rivendicazioni gay e alle derisioni del cattolicesimo è francamente abbondante sui media e persino nei consessi internazionali: l’accusa di non avere spazi di espressione appare davvero risibile. Avendo scorso tutti i foglietti delle domande (ma avendone potuto leggere ad alta voce solo tre prima dell’interruzione), resto sempre più profondamente persuasa che il problema non sia tanto (e solo) l’omosessualità: il primo, decisivo, problema è la concezione stessa di persona. Cui deriva, immediatamente, quella di libertà. Ho visto ragazzi arrabbiati perché convinti che è giusto comportarsi come suggerisce un desiderio o una pulsione, che non c’è un modo giusto e uno sbagliato di vivere, che non c’è nulla di radicabile in una giustizia che abbia fondamento al di fuori della soggettività, che la libertà da rivendicare consiste nell’agire come si vuole. Luca è stato toccante mentre raccontava i profondi disagi che la sua precedente condizione gli procurava, il dolore per la morte degli amici, il vuoto di senso che accompagnava la sua vita brillante e lussuosa: disagi tipici di ogni storia di conversione; ma la dimensione religiosa non è stata riconosciuta, è stata stigmatizzata come disprezzo, come illusione, come violenza verso chi non la condivide. La serata non è finita male, perché i frati ospitanti e molti intervenuti hanno intavolato un dialogo personale con i contestatori e così è emerso una volta di più che è il rapporto interpersonale che consente un dialogo vero, sincero, libero dagli ideologismi, altrimenti quasi obbligati se si è schierati da una certa parte. E perché nel parlare a tu per tu emerge che si può discutere anche veementemente quando si confrontano le idee, ma che il rispetto reciproco è realizzabile solo faccia a faccia, in un rapporto interpersonale. A me resta una profonda tristezza nel vedere il disastro educativo e la nefanda influenza del “dogma” relativistico: abbiamo ancora molto da crescere, da studiare e da pregare per testimoniare efficacemente che la libertà vera non è quella di fare tutto, ma solo quella di fare il bene. tratto da www.labussolaquotidiana.it |
|
|
di Tommaso Scandroglio La storia che riportiamo qui di seguito è emblematica della barbarie in cui sta precipitando la nostra società. In estrema sintesi, la Cassazione ha condannato l'Università La Sapienza a risarcire una coppia perché un esame non aveva scoperto che il loro bambino sarebbe nato down. Doppio risarcimento: patrimoniale per i soldi spesi nell'assistenza di questo bambino e morale per la sofferenza di avere un figlio handicappato. Leggerete tutti i dettagli in questo articolo, ma la gravità della sentenza unita all'indifferenza con cui è stata accolta sui media, fanno capire l'urgenza di una battaglia culturale contro l'aborto. Maurizio e Marina aspettano una bambina. Quando viene alla luce nel marzo del 1989 scoprono che è affetta dalla sindrome di Down. I medici non li avevano informati di questo, altrimenti avrebbero deciso di abortire. Si risolvono di chiedere i danni e, dopo corsi e ricorsi, ieri la Cassazione ha dato ragione alla coppia. La sentenza stabilisce che l’Università La Sapienza di Roma, a cui fa capo la clinica ove si sono rivolti i coniugi, deve risarcire loro i danni perché “non aveva informato la gestante della oggettiva inaffidabilità dell’esito della funicolocentesi e quindi sulla necessità di ripetere l’esame entro e non oltre la 24esima settimana”, termine massimo, secondo i giudici, per poter abortire. Trattasi in buona sostanza di risarcibilità da wrongful birth, da nascita sbagliata.
|
|
Leggi tutto...
|
|
|
di Alessandra Turrisi 
Tutelare la vita e il benessere della madre e della famiglia, soprattutto quella in difficoltà, tenendo in considerazione il concepito. Ha il sapore di una rivoluzione copernicana l’iniziativa sorta in una delle cittadine più famose al mondo per il suo patrimonio artistico e architettonico. Pochi giorni fa il Consiglio comunale di Monreale, in provincia di Palermo, ha approvato a larga maggioranza una mozione che istituisce il «registro comunale dei concepiti», un documento anagrafico ufficiale in cui verranno annotate le generalità di quei bambini ancora in grembo e che già contano qualcosa nella società. L’idea, portata avanti da Santo D’Alcamo, consigliere di Forza del Sud, promette di avere risvolti pratici. «A livello comunale – spiega D’Alcamo –, si potrebbe procedere facilmente a progetti a sostegno della maternità a partire dalla data d’iscrizione al registro. Tutti i servizi sociali in favore nel nucleo familiare terranno conto del concepito. Il diritto alla tariffa agevolata dell’acqua, per esempio, sarà esteso anche al bambino ancora in gestazione. Ma sarà anche un modo per tutelare le ragazze madri, per rivedere il calcolo del punteggio nell’assegnazione delle case popolari». idea – aggiunge il consigliere D’Alcamo – è nata dal pronunciamento della Corte di giustizia europea del 17 ottobre 2011 la quale, «affermando che sin dalla fase della sua fecondazione qualsiasi ovulo umano deve essere considerato come un embrione umano’, ha aperto la strada alla considerazione giuridica dell’embrione nella sua reale identità di persona umana. È un modo anche per tentare di eliminare le cause economiche che spesso inducono all’interruzione volontaria di gravidanza, come prevede la legge 194». Perché il registro diventi operativo è necessario che la Commissione affari istituzionali del Comune lo crei materialmente e che la Commissione per i servizi sociali metta a punto il regolamento. Un ruolo fondamentale intende svolgerlo il sindaco di Monreale, Filippo Di Matteo: «Con un atto formale diamo dignità a colui che deve nascere. Cercherò di divulgare questa idea anche in altri Comuni siciliani». tratto da www.avvenire.it. |
|
|
di Gianni Saladino Una manifestazione per i diritti civili omosessuali a Palermo
Il consiglio comunale di Palermo ha detto si al registro anagrafico delle unioni civili. E' stata approvata in questi giorni, infatti, la mozione che impegna il sindaco a istituire l'anagrafe delle coppie di fatto, aperto anche alle convivenze tra coppie dello stesso sesso. La mozione è stata presentata da un fronte trasversale, e ha avuto come primi firmatari Fabrizio Ferrandelli, di Idv, Stefania Munafò, consigliere del Pdl autosospesa, attualmente nel gruppo misto. Malgrado ciò, diverse sono state le defezioni - già annunciate - all’interno della maggioranza, a partire da quella del capogruppo del Pdl Giulio Tantillo, sin dall’inizio contrario all’adozione del provvedimento. La mozione fa riferimento al ddl sulle unioni civili presentato all’Ars dal deputato regionale del Pd Pino Apprendi, che ha finora trovato diversi ostacoli nel suo cammino per il raggiungimento del voto in aula. "In questo modo il Consiglio comunale ha espresso con il voto la sua posizione a favore dell’approvazione del ddl all’Ars", dichiara il presidente del consiglio comunale Alberto Campagna. Con questo emendamento vengono disciplinate l’iscrizione, la cancellazione e la certificazione delle convivenze basate su vincoli affettivi che si protraggono da almeno un anno presso l’ufficio comunale competente, senza disciminazioni di razza, etnia, sesso, genere, handicap ed orientamento sessuale. Per Ferrandelli "è un primo gesto di civiltà verso una battaglia che renderà felici le molte famiglie fino ad oggi mortificate dalla miopia delle leggi, finalmente una vittoria di civiltà e democrazia per Palermo". E' chiaro che i nostri politici sono sempre più lontani dai problemi concreti di ogni giorno e da quei valori naturali e cristiani che formano l’humus culturale dei palermitani.Questa mozione che obbliga il sindaco a istituire l'anagrafe delle coppie di fatto penalizza ancora di più quanti, non senza fatica, si impegnano a vivere legami affettivi stabili, giuridicamente garantiti e pubblicamente riconosciuti. Caparbiamente i nostri politici perseguono il loro scopo che, almeno in questo caso, non corrisponde al sentire della maggioranza degli elettori che continuano a soffrire l’irresponsabilità dimostrate in questi anni nei riguardi dell’istituzione familiare e, in concreto, di tutte le famiglie. Invece di provvedere con misure adeguate alle esigenze di genitori disoccupati e precari, di figli “studenti di scuole strutturalmente carenti”, di famiglie numerose in difficoltà, di bambini senza asili nido, i nostri politici preferiscono occuparsi di questioni socio-politiche marginali.
|
|
| | << Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 Pross. > Fine >>
| | Risultati 1 - 10 di 73 |
|
Da qui il Crocifisso non si toglie!
Il Domani - ultimo numero
|