ALL’IDEOLOGIA RISPONDO, CON IL VERO, IL BELLO, IL BUONO!

 

Testimonianza di un’insegnante davanti alle imposizioni gender

La disforia di genere è un disturbo che non ho mai incontrato durante gli anni della mia professione svolta nell’ambito scolastico, eppure sono un’insegnante di sostegno che ha avuto affidati tanti ragazzi, con diverse Diagnosi Funzionali. Tutte le volte ho cercato di trovare la strada migliore per poter alleviare la sofferenza di quelli che, il più delle volte, sono problemi di natura genetica. Oggi a scuola vengono riconosciuti i bambini chiamati BES, ovvero con Bisogni Educativi Speciali, ed è proprio lì che collocherei la disforia di genere. La diagnosi di disforia di genere era precedentemente nota come “disturbo dell’identità di genere”, categorizzata insieme alle disfunzioni sessuali e parafilie. Il nuovo termine è stato introdotto nel DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders). La disforia di genere è descritta come l’angosciante conflitto che un individuo sperimenta tra il proprio sesso biologico e il genere con cui ci si identifica. La questione della disforia di genere (il sentirsi nati in un corpo con un sesso sbagliato) è molto complessa, difficile, delicata. Di fatto, è una percezione errata del sé: ogni cellula del nostro organismo è sessuata, non solo quelle degli apparati riproduttivi, per cui non possiamo pensare a noi stessi in modo indipendente dalla nostra identità sessuale. Ci sono alcune persone che fanno fatica a vivere la propria natura maschile o femminile. Nessuno sognerebbe di curare un alcolista con del vino, o una persona che fa uso di droga con sostanze stupefacenti. Nei rari casi di disforia di genere, i bambini vanno aiutati con pazienza e con rispetto. Quelli che spontaneamente (quindi non sotto l’influenza della propaganda, diffusa negli ultimi venti anni attraverso fiction televisive, pubblicità commerciale oppure grazie al gran parlare intorno al DdL Zan) manifestano disforia di genere, posti in un contesto sereno che miri alla loro crescita e maturazione integrale, nella stragrande maggioranza dei casi tornano a identificarsi con la propria reale sessualità in concomitanza con l’esito dell’evolversi adolescenziale. In questo progresso è fondamentale l’affetto familiare ed amicale, con una cura della persona che agisca in un contesto amorevole, nel cammino che l’adolescente compie per scoprire la vita come apertura al vero, al buono, al bello.  Da un po’ di mesi è montante la promozione dell’ideologia gender che si vorrebbe stabilire quale insegnamento ordinario all’interno delle scuole, utilizzando tutti i “vocaboli totem” e le parole chiave dell’armamentario genderista. L’obiettivo dichiarato è la decostruzione degli stereotipi di genere, al motto di “sei come sei” e la promozione dell‘indifferenza sessuale per la quale ogni studente deve sentirsi libero di costruire la propria soggettiva sessualità,  identificandosi come maschio o femmina, o chissà cos’altro, a seconda del sesso percepito, al di là dell’irrilevante e “datato” sesso naturale e biologico. Questa sì, è una vera e imperdonabile truffa culturale. Un linguaggio volutamente ambiguo e criptico, destabilizzante, finalizzato a promuovere subdolamente, spesso  all’insaputa delle famiglie, l’ideologia gender nelle scuole italiane come si trattasse di una moderna “somma verità” oramai assodata.

Il termine “insegnare” deriva dal latino insignare composto dal prefisso “in” unito al verbo “signare”, con il significato di segnare, imprimere e che a sua volta riconduce al sostantivo “signum”, che significa marchio, sigillo. L’attività dell’insegnante, quindi, lungi dal limitarsi alla trasmissione del sapere fine a se stesso, consiste nel “segnare” la mente del discente, lasciando impresso un metodo di approccio alla realtà, che va ben oltre lo studio e che diventa modo autonomo di approccio alla realtà ed alla scoperta di se come natura data, cioè come dono da scoprire e non come realtà da escogitare in una sorta di autocreazione. Da Docente, da educatrice, che non è un metter dentro, tipico delle ideologie, ma un ex ducere, tirar fuori maieuticamente, vorrei poter lasciare un segno ai miei studenti e non idee preconfezionate. Un segno che più di imprimere idee, si preoccupi lasciare un vissuto che parli di speranza e bellezza, di bontà e di verità.

Parlando di disforia, postrema autem non minimus, è l’introduzione del reato di opinione, che nel caso il Ddl Zan dovesse divenire legge dello stato, configurerebbe questo mio scrivere quale corpo di un reato quindi da perseguire. Ma per quanto il diavolo sussurri “non puoi contrastare la tempesta! Il guerriero risponde: “La Tempesta sono io”.

Danila Italiano

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