Venerdì 23 Giugno 2017
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LE SETTE FRASI CHE DISTRUGGONO I FIGLI

I loro effetti possono andare al di là di quello che immaginate
 
di Roberta Sciamplicotti

La rabbia, la stanchezza e la frustrazione che derivano dai problemi quotidiani possono esasperarci e farci dire cose che in realtà non pensiamo. Quelle che riportiamo sono alcune delle combinazioni peggiori di parole che possiamo dire ai nostri figli, indipendentemente dalla loro età, ma soprattutto ai bambini piccoli. Gli effetti di queste parole possono andare al di là di quello che immaginate e di ciò che i vostri figli possono controllare.
Leggete con attenzione e pensate molte volte prima di dire frasi come queste...

1. "NON FAI MAI NIENTE DI GIUSTO"
A nessuno piacerebbe sentirsi dire una cosa del genere. Se vostro figlio ha commesso un errore o ha rotto qualcosa, respirate profondamente e pensate a ciò che è più importante. La risposta sarà sempre la stessa: i vostri figli sono più importanti di qualsiasi altra cosa.

2. "VORREI CHE ASSOMIGLIASSI DI PIÙ A TUO FRATELLO"
Non guadagniamo niente paragonando i nostri figli, ma possiamo creare dei risentimenti tra i membri della famiglia. Fate attenzione a evitare qualsiasi paragone. Siamo tutti diversi e unici, e tutti siamo speciali a modo nostro.

3. "SEI GRASSO/BRUTTO/STUPIDO"
I nostri figli credono a tutto ciò che diciamo. Per loro siamo la fonte più affidabile di informazioni e anche la principale fonte d'amore. Non danneggiate l'autostima dei vostri figli con aggettivi negativi. È meglio riconoscere i loro punti di forza anziché sottolineare quelli negativi.

4. "MI VERGOGNO DI TE"
Se vostro figlio ha la tendenza ad attirare l'attenzione in pubblico, facendo cose come gridare, correre e cantare perché tutti lo notino, forse ha solo bisogno di più attenzione. Non dite cose come questa di fronte ai suoi amici, né in privato. Perché non organizzare uno spettacolo in casa di cui sia il protagonista principale? Forse scoprirete il suo lato artistico e vi divertirete in famiglia.

5. "VORREI CHE NON FOSSI MAI NATO"
Non riesco a pensare a niente di peggio che si possa dire a un bambino. Mai, in nessuna circostanza, dovete dire una cosa del genere ai vostri figli, neanche per scherzo. Tutti abbiamo bisogno di sapere che siamo desiderati e amati, indipendentemente dagli errori che commettiamo.

6. "MI SONO STANCATO/A, NON TI VOGLIO PIÙ BENE"
A volte, senza rendercene conto, cadiamo nei giochi di parole dei nostri figli. Vostro figlio fa i capricci. Dopo avergli spiegato varie volte perché non deve fare questo o quello, si innervosisce, si mette a piangere e dice che non vi vuole più bene. La risposta più facile sarebbe dirgli la stessa cosa, ma sarebbe dannosissimo. La reazione corretta sarebbe spiegargli di nuovo perché non può fare una certa cosa e ricordargli che l'amerete sempre, anche se è molto indisciplinato con voi. Imparerà molto più di quanto potete immaginare.

7. "NON PIANGERE, NON È NIENTE DI SERIO"
"Quanto possono essere grandi i problemi dei bambini? Sono solo bambini, non hanno preoccupazioni, tristezze, delusioni e paure". È un errore che noi adulti commettiamo spesso. I bambini hanno una capacità emotiva pari o addirittura superiore agli adulti. La differenza è che non si possono esprimere e calmare come noi. E allora, i loro problemi non saranno in qualche modo anche maggiori? Non sminuite mai una paura, un dubbio o un conflitto che vostro figlio sta attraversando. Aiutatelo a superare il problema e a reagire in modo sano.
 
CONCLUSIONE
Con piccoli aggiustamenti e considerando sempre i sentimenti e il benessere dei nostri figli, possiamo evitare queste frasi tanto negative e avere un rapporto d'amore, protezione e benessere in famiglia.

 

OGGI QUASI TUTTI I GENITORI SONO INCAPACI DI ACCOMPAGNARE I FIGLI AD AVVENTURARSI NELLA VITA

 
 
 
 
 
La titubanza degli adulti si traduce in mancanza di coraggio dei figli nel loro compito di crescere, soffrire, mettere su famiglia affrontando con speranza rischi, sacrifici e responsabilità
 
di Emanuele Boffi

Oh, magari ha ragione lui. Magari ha ragione Raffaele Cantone a dire che «c'è un grande collegamento tra fuga di cervelli e corruzione». Va bene, però possiamo provare a uscire un attimo dal rassicurante - sì, rassicurante - ambito della denuncia? Il refrain lo conoscete: l'Italia non è un paese per giovani. E come tutti i ritornelli contiene una sua dose massiccia di verità, ma anche un punto oscuro, un interrogativo che si tende a scartare e che è questo: cosa diavolo insegniamo a questi giovani? Cosa diciamo loro che è la vita e per cosa vale la pena di essere spesa? Sono domande per adulti e per chi abbia una concezione virile dell'esistenza, non ridotta a soggiorno a mezza-pensione o luna park.

DOBBIAMO PORCI QUALCHE DOMANDA?
Secondo l'Istat sono quasi 7 milioni gli under 35 che vivono coi genitori. C'è un problema se una grande fetta di questi ragazzi (31 per cento), pur avendo un impiego, non lascia il nido per cominciare un'avventura propria. Solo colpa dei bassi salari o dobbiamo porci qualche domanda?
Altri numeri: Luca Ricolfi sulla Stampa ha notato che otto anni fa gli stranieri occupati in Italia erano circa 1 milione e 600 mila, mentre oggi sono 2 milioni e 400 mila (+100 mila l'anno). Nello stesso lasso di tempo, gli italiani impiegati sono stati 1 milione e 200 mila in meno. Perché? Secondo Ricolfi il problema è che, mentre gli stranieri sono disposti ad accettare lavori anche al di sotto delle loro competenze, gli italiani sono choosy: «Non cercano semplicemente un lavoro, bensì un lavoro adeguato all'opinione che essi si sono fatti di se stessi, opinione che scuola e università si incaricano di certificare». In un paese che ha liceizzato tutto - sebbene abbia più bisogno di operai specializzati che di laureati - è questo lo scotto da pagare. Ma se continuiamo ad assecondare questo andazzo sia culturalmente sia politicamente (i 500 euro ai 18enni, che boiata), faremo la fine di chi si benda gli occhi mentre cammina verso il precipizio. «L'avanzata occupazionale degli immigrati, con la loro umiltà e determinazione - scrive ancora Ricolfi -, è anche un silenzioso segnale rivolto a noi, un invito a riflettere sullo scarto tra quel che siamo e quello cui crediamo di avere diritto».

SACRIFICI, RISCHI E RESPONSABILITÀ
Se nel discorso pubblico e familiare l'enfasi è posta solo su diritti e desideri, cosa volete che vi risponda un giovane cui chiedete sacrifici, rischi e responsabilità? I drammatici numeri sull'occupazione giovanile ci dicono qualcosa in più del refrain sull'Italia anti-giovani: ci dicono che non siamo un paese di genitori, cioè adulti capaci di accompagnare i propri figli ad avventurarsi nella vita. È perché avvertono la nostra titubanza che si sottraggono al compito di crescere, soffrire, mettere su famiglia. Fornire loro una scusa che automaticamente li giustifichi è il modo migliore per renderli dei baby pensionati esistenziali. Ci vuole davvero un grande coraggio - cioè fede in qualcosa che non crolli - per sostenere la speranza altrui. A volte basta una carezza per dimostrarlo. Altre volte serve un calcio là dietro.

 

ELIMINARE GLI SCULACCIONI E' UN ERRORE PEDAGOGICO

 
 
 
 
 
Anche la Bibbia conferma la bontà delle punizioni fisiche ai figli, date ovviamente con amore e per la correzione di difetti gravi
 
di don Andrea Lonardo

Chi si scandalizza dell'intervento "fisico", di forza (ovviamente relativa, che non faccia troppo male), dei genitori sui figli non ha mai conosciuto famiglie che hanno più bambini.
I bambini si picchiano, com'è normale, fra di loro. Certo non sempre, ma ogni tanto e pure frequentemente. Ed il più forte tende a prevalere. Ricordo le lotte fra noi quattro figli maschi in casa.
Ricordo, più recentemente, un giorno a Berlino - eravamo in visita culturale con un gruppo di catechisti - e sul tram, davanti me, era seduta una mamma con tre figli, il più grande dei quali aveva deciso di prendere un oggetto del più piccolo. La madre cercava di "parlare" al grande, ma questo, saltandole addosso, menava il piccolo che era accucciato alla madre per proteggersi.
Lei continuava a parlare al figlio, ma lui, molto piccolo, continuava a menare! Il confronto era impari e ovviamente vinceva il bambino più grande che le dava di santa ragione al fratellino più piccolo stretto vicino alla madre e rannicchiato sull'oggetto che voleva difendere.
La madre non sapeva come fare e si limitava a continuare a parlare, senza fermare fisicamente il figlio più forte. Quando si hanno più figli solo un intervento di forza ristabilisce l'ordine. Se il genitore non da uno sculaccione al figlio più forte, le sberle le prende il bambino più debole dal fratello. I bambini usano le mani e se i genitori non intervengono, non resta loro che stare a guardare!

UN'IDEA ASTRATTA DI EDUCAZIONE
La saggezza educativa del genitore, invece, consiste nell'intervenire dando anche uno scapaccione e facendo sentire al bambino che in quel momento non è in grado di capire con le parole, che quel suo gesto violento sarà bloccato, se necessario, anche con la forza.
Chi rifiuta a priori di dare scapaccioni è una persona che ha un'idea astratta di educazione, è una persona che non ha mai visto due fratelli lottare per la supremazia, per il possesso di un oggetto o per un capriccio.
Tale modo assurdo di educare asetticamente è divenuto legge la prima volta nel 1979 in Svezia che è stato il primo paese a proibire in via legale gli scapaccioni (oggi in Svezia se un genitore da uno sculaccione a un figlio intervengono gli psicologi e gli assistenti sociali che vengono a presidiare la casa della famiglia), seguita poi nel 1983 dalla Finlandia e via via dagli altri paesi del nord Europa: oggi sarebbero 52 i paesi che proibiscono un intervento un po' "fisico" nei confronti dei figli.
La follia dell'astrattismo e del razionalismo dogmatico continua a infliggere le sue funeste visioni. La realtà, per fortuna, resiste a tali visioni ideologiche della vita e la lotta fra fratelli piccoli persiste a mettere in crisi ciò che viene stabilito a tavolino da gente che non sa cosa sia una famiglia reale con più figli.
In realtà un figlio amato accetta tranquillamente uno scapaccione e dopo un istante torna a sorridere a fianco del genitore e a giocare. Anzi ha bisogno di sapere che un genitore è capace, anche intervenendo di forza, di riportare la giustizia all'interno delle piccole liti che avvengono continuamente fra fratelli in una casa.
Un figlio è turbato non da uno sculaccione, ma dalla mancanza di amore che può esistere fra i due genitori o dei due nei suoi confronti.
Tutti noi abbiamo ricevuto sculaccioni, ma essendo stati amati, non abbiamo ricevuto alcun danno psicologico da tali interventi dei nostri genitori. Anzi ci hanno fatto bene e ci hanno insegnato a rispettare maggiormente i nostri fratelli in casa, preparandoci al rispetto verso estranei fuori di casa.

QUANDO LO STATO SI INTROMETTE NELLA FAMIGLIA
La questione deve essere inserita nel contesto della perniciosa tendenza di alcune visioni stataliste ad intromettersi nel nucleo familiare che è, invece, la principale realtà deputata dalla vita stessa ad educare. Poiché non si tratta qui di violenze casalinghe o di abusi, ma delle semplici modalità con le quali due genitori fanno sentire ai piccoli la loro autorevolezza, è sbagliato a priori un intervento dello Stato che si accresce, invece, in quegli stati che vedono uno sfaldarsi della famiglia determinato sempre più in via istituzionale.
L'errore pedagogico si accresce ancor più perché cavalca un'ulteriore tendenza che è quella della dimenticanza della necessità di un rapporto fisico, fatto insieme di tenerezza e di forza, nella relazione educativa. Propongo la lettura - e ancor più la visione stessa dell'opera - di una recensione che feci tempo fa sul film canadese Monsieur Lazhar che affronta questo tema scomodo, proponendo ad esempio una classe di bambini canadesi che vengono sottoposti al "dominio" degli esperti psicologi e sottratti alla guida del loro maestro ordinario ben più saggio di tali specialisti.

Nota di BastaBugie: anche la Bibbia conferma la bontà delle punizioni fisiche ai figli, date ovviamente con amore e per la correzione di difetti comportamentali gravi.
Ecco alcune illuminanti citazioni:
"Chi risparmia il bastone odia suo figlio, chi lo ama è pronto a correggerlo."
(Proverbi 13, 24)
"Chi ama il proprio figlio usa spesso la frusta, per gioire di lui alla fine. Chi corregge il proprio figlio ne trarrà vantaggio e se ne potrà vantare con i suoi conoscenti. Chi ammaestra il proprio figlio renderà geloso il nemico, mentre davanti agli amici potrà gioire.
Un cavallo non domato diventa restio, un figlio lasciato a se stesso diventa sventato.
Non concedergli libertà in gioventù, non prendere alla leggera i suoi difetti. Piegagli il collo in gioventù e battigli le costole finché è fanciullo, perché poi intestardito non ti disobbedisca e tu ne abbia un profondo dolore. Educa tuo figlio e prenditi cura di lui, così non dovrai affrontare la sua insolenza."
(Siracide 30, 1-3.8.11-13)
"Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto. Onora tuo padre e tua madre! Questo è il primo comandamento che è accompagnato da una promessa: perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra.
E voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore."
(Lettera agli Efesini 6,1-4)

DICIOTTO ANNI UN'ETA' UN'ANSIA

 

Cantava invano Renato Zero: un’indagine telefonica della Gallup (l’Istat americana) ha provato che i migliori anni della nostra vita non sono quelli giovanili. Testando un campione di 340.000 persone dai 18 (i sospiratissimi 18!) agli 85 anni, si è trovato che i diciottenni stanno “discretamente bene”, mentre i trentacinquenni galleggiano nello stress neofamiliare, che culmina sulla soglia dei cinquant’anni. Da lì in poi tutto liscio come l’olio: gli ottantacinquenni si dichiarano pienamente soddisfatti della loro vita, ne hanno compreso il senso e l’hanno guardata negli occhi, e ora si godono allegramente la meritata senilità. Alla faccia dei reumatismi.

Ma le statistiche contano ben poco: quando un ragazzo si lamenta della propria adolescenza incappa nel tabù dell’ingratitudine esistenziale, gli rispondono col leopardiano: “godi, fanciullo mio, stato soave“! Codesta età fiorita, ci ricordano i grandi, non tornerà più. E se finora l’abbiamo vissuta nella più serafica insignificanza, ci toccherà ben presto darle un senso: dopotutto stiamo per sfiorare i diciott’anni, lo zerbino dell’età adulta.

 

Mani ai capelli. Fulmini e saette. In trecentosessantacinque giorni dovremmo: fare del codice stradale il nostro vangelo, comprare il giornale per ricavarne una coscienza politica faidate, rimediare alle carenze sportive, spuntare la lista di bambinate nascondendoci dietro la precaria definizione di “ancora minorenne”, partecipare ai compleanni guardando bene i locali per trarne ispirazione per il nostro, osservare il futuro degli altri allo stesso scopo, informarci su tre facoltà con la piena certezza che sceglieremo la quarta, sostenere un esame di stato che darà accesso ad un’istituzione in cui vivremo di esami, diventare gente seria, darci un contegno, fingere di aver capito tutto, sorridere, annuire e andare (dove?) avanti (ma dove?).

Arriva dunque il fatidico giorno in cui il futuro ci si srotola davanti come un papiro egizio sigillato male, la data delle date in cui le ragazze diventano principesse e i ragazzi pinguini pettinati, e l’universo ci tiene a ricordarci che una volta eravamo piccoli, ora siamo grandi e che questo passaggio è avvenuto proprio oggi, tra le lacrime della nonna e il filmato di auguri degli amici. Ieri piccoli, oggi grandi, capito? E domani? Domani è come ieri.

Risultati immagini per maggiore età nel mondo

In Iraq le donne sono maggiorenni a nove anni, e soffiando sulla metà delle nostre candeline acquisiscono il diritto di essere condannate a morte per il minimo sgarro al tradizionalismo. La maggior età si alza a quindici in Iran, sedici negli USA, diciassette in Corea del Nord e ventuno in Egitto, passando per i venti in Giappone. In quest’ultimo si celebra la seijin no hi, la festa nazionale tenuta ogni anno il secondo lunedì di gennaio, quando i maggiorenni si recano agli uffici comunali vestiti come nobili; ha origini nel primo secolo dopo Cristo, quando un giovane principe si fece bello per celebrare la propria età adulta.
Tagliò i capelli e mise abiti nuovi. Non aveva patenti da prendere o politici da votare, del resto era lui a governare. Sentì il bisogno, a un certo punto, di diventare bello e grande insieme, per non essere né un adulto inadeguato né un bel bamboccio. Così realizzò un miracolo di cui è responsabile più il cuore che l’orologio: crebbe.

Senza ansie da prestazioni, senza diventare un numero ambulante, senza tremolare biascicando “E adesso?”.

“Non cambierà niente”, che augurio infelice. Dovrebbero continuare dicendoci: “Cambialo tu“.

 

 

 

 

 

Società Domani augura a tutti i suoi amici e sostenitori un Santo Natale e un felice anno 2015