Venerdì 23 Giugno 2017
dimensione testo

L'ELOGIO DEL SILENZIO DI BENEDETTO XVI

 

 

di Benedetto XVI

Da quando, negli anni Cinquanta, lessi per la prima volta le Lettere di sant’Ignazio di Antiochia, mi è rimasto particolarmente impresso un passo della sua Lettera agli Efesini: “E’ meglio rimanere in silenzio ed essere, che dire e non essere. E’ bello insegnare se si fa ciò che si dice. Uno solo è il Maestro che ha detto e ha fatto, e ciò che ha fatto rimanendo in silenzio è degno del Padre. Chi possiede veramente la parola di Gesù può percepire anche il suo silenzio, così da essere perfetto, così da operare tramite la sua parola ed essere conosciuto per mezzo del suo rimanere in silenzio” (15, 1s.). Che significa percepire il silenzio di Gesù e riconoscerlo per mezzo del suo rimanere in silenzio?

 

Dai Vangeli sappiamo che Gesù di continuo ha vissuto le notti da solo “sul monte” a pregare, in dialogo con il Padre. Sappiamo che il suo parlare, la sua parola proviene dal rimanere in silenzio e che solo in esso poteva maturare. E’ illuminante perciò il fatto che la sua parola possa essere compresa nel modo giusto solo se si entra anche nel suo silenzio; solo se s’impara ad ascoltarla a partire dal suo rimanere in silenzio. Certo, per interpretare le parole di Gesù è necessaria una competenza storica che ci insegni a capire il tempo e il linguaggio di allora. Ma solo questo, in ogni caso, non basta per cogliere veramente il messaggio del Signore in tutta la sua profondità. Chi oggi legge i commenti ai Vangeli, diventati sempre più voluminosi, alla fine rimane deluso. Apprende molte cose utili sul passato, e molte ipotesi, che però alla fine non favoriscono per nulla la comprensione del testo. Alla fine si ha la sensazione che a quel sovrappiù di parole manchi qualcosa di essenziale: l’entrare nel silenzio di Gesù dal quale nasce la sua parola. Se non riusciremo a entrare in questo silenzio, anche la parola l’ascolteremo sempre solo superficialmente e così non la comprenderemo veramente.

Tutti questi pensieri mi hanno di nuovo attraversato l’anima leggendo il nuovo libro del cardinale Robert Sarah. Egli ci insegna il silenzio: il rimanere in silenzio insieme a Gesù, il vero silenzio interiore, e proprio così ci aiuta anche a comprendere in modo nuovo la parola del Signore. (…) Vorrei citare una sola frase che può essere origine di un esame di coscienza per ogni vescovo: “Può accadere che un sacerdote buono e pio, una volta elevato alla dignità episcopale, cada presto nella mediocrità e nella preoccupazione per le cose temporali. Gravato in tal modo dal peso degli uffici a lui affidati, mosso dall’ansia di piacere, preoccupato per il suo potere, la sua autorità e le necessità materiali del suo ufficio, a poco a poco si sfinisce” (risposta n. 15, p. 19). Il cardinale Sarah è un maestro dello spirito che parla a partire dal profondo rimanere in silenzio insieme al Signore, a partire dalla profonda unità con lui, e così ha veramente qualcosa da dire a ognuno di noi. Dobbiamo essere grati a Papa Francesco di avere posto un tale maestro dello spirito alla testa della Congregazione che è responsabile della celebrazione della Liturgia nella Chiesa. Anche per la Liturgia, come per l’interpretazione della Sacra Scrittura, è necessaria una competenza specifica. E tuttavia vale anche per la Liturgia che la conoscenza specialistica alla fine può ignorare l’essenziale, se non si fonda sul profondo e interiore essere una cosa sola con la Chiesa orante, che impara sempre di nuovo dal Signore stesso cosa sia il culto. Con il cardinale Sarah, un maestro del silenzio e della preghiera interiore, la Liturgia è in buone mani.

SANTI GAY? IL PROBLEMA NON E' LA TENDENZA

Santi gay? Il problema sono gli atti non la tendenza



Il gesuita James Martin

Le sorprese da un po’ di tempo a questa parte arrivano, chissà perché, dai gesuiti. Già papa Francesco, gesuita, ci ha abituati a uno stile diciamo così pop, con, ogni tanto, qualche affermazione a braccio che lì per lì può apparire sconcertante (e magari anche dopo). Poi il generale, addirittura, dei gesuiti, che ha affermato di non potersi conoscere le esatte parole di Gesù perché a quel tempo non c’erano i registratori. Ora arriva il terzo, James Martin, consulente della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede. E’ in carica da appena un mese e già ci comunica, via Facebook, quanto segue: «Una certa parte dell’umanità è gay. Anche una certa parte dei santi poteva esserlo. Potresti essere sorpreso quando in Paradiso verrai salutato da uomini e donne Lgbt».

La pagina del Giornale.it in cui è comparsa questa notizia è stata subissata di commenti negativi, alcuni con minaccia di togliere l’8xmille alla Chiesa. L’anno scorso padre Martin ha ricevuto un premio dall’associazione New Way Ministry, che «sostiene lesbiche, gay, bisessuali e trans cattolici». Martin, a quanto pare, auspica che la Chiesa abbracci il «dono speciale» dell’omosessualità e, al tempo della polemica negli Usa sull’uso delle toilettes, si era detto a favore della liberalizzazione dei bagni. Infatti, permane il dilemma dei trans: quale ritirata usare, quella degli uomini o quella delle donne? Come ricorderete, noi in Italia fummo antesignani della querelle, al tempo in cui Vladimiro Guadagno, cioè Wladimir Luxuria, era deputato e alla Camera sollevò la questione dei wc (chissà come è stata risolta…).

Ora, a parte le sempre più numerose uscite clericali a favore dei «ponti» da gettare sul guado che separa la Chiesa dalla comunità Lgbt, la dottrina indefettibile – di sempre, si badi - distingue tra «tendenza» e «atti». Alla prima, tutta l’accoglienza e la carità che si vuole, ma i secondi sono inaccettabili perché «disordinati». Uffa, ma quante volte dovremo dirlo, su queste colonne? Va bene, non si usa più il linguaggio duro del «peccato contronatura» che «grida vendetta al cospetto di Dio»: la sensibilità odierna l’ha reso obsoleto (ma anche l’arroganza sempre crescente dei militanti Lgbt, che dell’intimidazione hanno fatto un’arte). Tuttavia, il tema è antico come la Chiesa, tanto che proprio un santo, san Pier Damiani, indirizzò fin dal 1049 il suo Liber Gomorrhianus direttamente al papa Leone IX, lamentando che anche nella Chiesa si era insinuato il «vizio».

E, visto che il tema sollevato da padre Martin sono i santi, si tenga presente che Pier Damiani (che Dante mise nel settimo cielo) non è uno qualsiasi ma è stato proclamato Dottore della Chiesa da Leone XII nel 1828. Detto questo, veniamo all’argomento. Per quanto mi riguarda, non sarei affatto «sorpreso» di trovare omosessuali in Paradiso.

Perché no? Il problema sono gli «atti», non la «tendenza». Anche gli eterosessuali devono astenersi da «atti» al di fuori del matrimonio. E ci sono eterosessuali che non si sposano. Molti sono i santi canonizzati che erano laici non sposati. Sono santi perché si sono astenuti da atti che la Chiesa vietava (e vieta). Ci potrebbero essere santi che sono stati canonizzati, a furor di popolo (fino al Rinascimento) o dopo regolare processo canonico (dopo la rivolta luterana), pur essendo omosessuali?

Senza dubbio, ed è così ovvio che non è neanche il caso di dirlo. Vale per i gay e vale anche per le lesbiche. Va detto, tuttavia, che un santo trans sarà molto difficile trovarlo, sia perché in epoche passate l’operazione chirurgica era impensabile, sia per la serietà dei santi: un santo maschio che amava vestirsi da donna non si è mai visto. E’ vero, santa Giovanna d’Arco si vestiva da uomo, ma era per esigenze belliche, e il suo caso è stato sviscerato in parecchi processi canonici. Perciò, nulla vieta che alcuni santi riconosciuti avessero tendenze omo. Come dice il papa, se uno cerca sinceramente Dio, chi sono io per giudicare? 

 

LA PIU' GRANDE INGIUSTIZIA.........

 

La più grande ingiustizia sociale è non parlare di Dio. Una frase che sembra un paradosso. Ma come! Con i problemi della fame nel mondo, con le atrocità tuttora commesse in Africa e in Medio Oriente, con la crisi economica nell’Europa meridionale, c’è chi sostiene che il peggior male sia il non parlare di un argomento astratto come quello che riguarda Dio… Ebbene basta guardare un po’ alla storia per accorgersi che l’autore della frase, San Josemaría Escrivá,  aveva ragione. Prima del cristianesimo vigeva la legge del più forte. La cosiddetta Pax Romana si reggeva sul potere della spada e prosperava grazie alla schiavitù. Dopo la resurrezione di Gesù i discepoli, oltre ad evangelizzare, immediatamente organizzarono un servizio di assistenza per le vedove, gli orfani e i poveri, basta leggere gli Atti degli Apostoli. I primi ospedali al mondo nascono fin dall’epoca dei Padri della Chiesa nei primi secoli dopo Cristo. Dai monasteri benedettini rinasce la medicina, l’ordine sociale, la farmacia, le scienze e la cultura. Le prime università sono opera dei domenicani e dei francescani. San Camillo de Lellis organizza nel 500 ospedali modello dove il malato viene trattato come se fosse Gesù; San Vincenzo de’ Paoli poco dopo mette su un’organizzazione in Francia che provvede con continuità ai bisogni essenziali di orfani, carcerati, feriti in guerra, poveri, e così via. Ci vorrebbe un’enciclopedia per esaurire largomento. Quando c’è la fede in Gesù fiorisce la carità e la civiltà.

 

 

 

 

Società Domani augura a tutti i suoi amici e sostenitori un Santo Natale e un felice anno 2015