Se togli il Sacro dal centro, avanza il deserto. Quali saranno i nuovi simboli della nostra convinvenza: la natura scalzerà la fede?

 

Premessa.

Entro in chiesa, convinto di trovarci la messa che era stata annunciata, invece leggo che ancora per qualche settimana le messe giornaliere saranno ridotte a una sola: alle otto del mattino. Il sacrestano spiega che «hanno pensato che fosse meglio così».Rinuncio a discorrere col sagrestano e me ne esco, un po’ contrariato. Sento odore di coordinamento, di ambiti. Nell’ambito di. Nel quadro di. È la Funzione Pubblica, che in questi tempi ci ricorda: la salute prima di tutto.Come non essere d’accordo? Dunque, niente messa, tranne alle otto. Andremo alle otto. Perché anche per la Chiesa prima di tutto viene la salute.Ci ho pensato in questi giorni, perché capisco le precauzioni: quello che capisco meno è l’idea di una Chiesa ridotta a Funzione Pubblica. Questa non la accetterò mai. Fine della premessa.Quella sera stessa, girellando per YouTube, mi imbatto nella registrazione di un’interessante trasmissione di Sky dove il simpatico Cattelan intervista Stefano Boeri, presidente della Triennale e architetto di fama mondiale, sulla sua idea di città, che Boeri – da cui ho imparato, tra le altre cose, che una città non esiste se non la si immagina continuamente – ha illustrato già un po’ dappertutto.Con un pennarello, Boeri disegna su un grande foglio lo spazio di una città, al cui centro pone un grande parco pieno di alberi dicendo che questo parco sarà il centro della città. Cattelan, senza malizia, gli chiede se, dunque, il parco occuperà quello che in passato era, da noi, il posto della cattedrale, ma Boeri glissa (l’avrei fatto anch’io) e continua a illustrare la sua idea.Fermiamoci qui.L’idea di Boeri è molto importante perché affronta alcuni dei problemi di fondo che le città della Terra si troveranno davanti nei prossimi anni: mutamenti climatici, ampliamento della povertà (nessun dubbio che questo sarà un effetto del covid-19), invadenza dell’intelligenza artificiale sul terreno del lavoro umano ci obbligano a ri-immaginare alla radice le forme della convivenza umana e l’ambiente esterno in cui questa si svolgerà.Tuttavia la domanda di Cattelan merita di essere presa in esame perché tocca un tema eterno: quello del rapporto tra la convivenza civile (leggi, regole, norme, convenzioni, principi universalmente accettati) e quella che chiameremo la dimensione del Sacro.Se scorriamo la letteratura, fin dall’antichità, tutte le volte che si pone il problema della convivenza umana, il tema del Sacro emerge, in modi spesso sorprendenti, da Eschilo a Tolstoj, da Shakespeare a Dostoevskij, da Bonvesin de la Riva a Honoré de Balzac.Non è una questione religiosa. Anche gli autori più insensibili a tematiche religiose non possono non occuparsi del problema dei fondamenti. René Girard, il grande antropologo, vede nel «meccanismo vittimale» (quindi in un sacrificio con tanto di altare) l’origine stessa delle società umane.Possiamo essere o non essere d’accordo con Girard: resta il fatto che, se mettiamo sui piatti di una bilancia tutti i documenti in cui questo rapporto si afferma e quelli in cui esso viene negato (una città, dunque, del tutto «orizzontale») – la sproporzione risulta enorme.Se entriamo poi nel dettaglio delle diverse immagini di città che la letteratura e l’arte ci presentano tutto si fa complicato, e noi in questa sede vorremmo evitare di affrontare questioni per le quali una biblioteca non sarebbe sufficiente.Prendiamo per esempio la celeberrima Allegoria del Buon Governo di Ambrogio Lorenzetti, a Siena: lì una città ordinata, civile, creativa, dove è bello vivere si trova sotto la giurisdizione della Sapienza Divina e delle Virtù Teologali (fede, speranza, carità). È considerevole lo sforzo di pensiero sottostante a questo dipinto mirabile, che pone il benessere della città non sotto la mano di Dio ma di una Sua manifestazione visibile da tutti (anche dai non credenti, dunque): la sapienza, la saggezza, la lungimiranza, le quali vengono sempre da Dio, anche quando gli uomini non ne sono coscienti. Allo stesso modo fede, speranza e carità sono, sì, le dimensioni della vita cristiana, ma sono anche virtù necessarie per la vita di tutti. Un uomo che non ha fede, non spera e non ha considerazione del prossimo è ridotto a carne per il potere.Ma, senza affondare nei documenti, a noi bastano i termini della questione, che potremmo formulare così: posto che la dimensione del sacro (non della religione: del sacro) non può essere eliminata dalla vita umana, essa costituirà il fondamento della convivenza civile oppure sarà solo uno degli elementi previsti nell’ordinamento civile? Abbiamo bisogno del sacro per vivere tra noi o esso è un’opzione tra le molte?In altre parole: la convivenza tra gli uomini necessita, per essere libera e feconda, di un rapporto con qualcosa che la oltrepassi, oppure per garantire la libertà basta il rispetto delle regole convenute? Le chiese le moschee e i templi di tutti i tipi – compresi la Tour Eiffel, Central Park e i Sette Grattacieli staliniani di Mosca – occuperanno una posizione centrale nella società postmoderna o dovranno mantenersi onorevolmente difilate?Non è un problema religioso, ma di interpretazione della laicità. Personalmente, non conosco nessuna società così laica da non aver bisogno di una liturgia: pensiamo al 25 aprile, al Primo maggio. C’è poi il fatto che le derive di un eccessivo laicismo conducono spesso alle conseguenze opposte, dove la tutela di tutte le opinioni richiede un meccanismo di Controllo Sociale, il quale finisce talora per occupare il posto di Dio.Una delle cause delle persecuzioni cristiane a Roma fu il rifiuto dei cristiani di porre l’immagine di Cristo nel Pantheon. Il Pantheon era l’emblema della Roma laica: qui tutti gli dèi erano bene accetti, perché Roma dava spazio a tutti. Un’apertura di orizzonti ammirevole, vien da dire. Eppure i cristiani non accettarono di entrare in uno spazio comune e ciò determinò un grosso problema di ordine pubblico. La bonarietà, l’indulgenza possono portare al sangue. Spesso le cose vanno così e sarebbe da ingenui credersi al riparo da simili derive.D’altro canto, se la Siena di Ambrogio Lorenzetti ci introduce a un pensiero politico cristiano molto laico e raffinato, non possiamo dimenticare la rozzezza e la violenza di tanti regimi teocratici, le conversioni ottenute da Carlo Magno con la spada, l’inquisizione, i regimi paternalisti di tutti i colori.Meglio insomma imparare a convivere con l’insolubilità del problema sapendo però che il problema esiste. Progettiamo pure le nostre città, immaginiamo il futuro, perché questo è essenziale. Ma teniamo anche aperta la ferita di questa domanda senza risposta, perché la laicità è questa stessa ferita. Meglio accettare il conflitto come parte necessaria della dialettica sociale piuttosto che affrettare soluzioni. Dio non lo si può imporre né vietare, ma non lo si può nemmeno relativizzare.

Author: Luca Doninelli

1 comment
  • Fr. Candido
    maggio 28, 2020 at 1:34 pm

    L’eccezione di salute che indichi dimensione fisica e spirituale; naturale e soprannaturale è condivisibile anche perché è spesso usata con l’ampio significato a cui Fabio fa riferimento.
    L’Autore dell’articolo, però, fa un altro discorso. Riferisce una preoccupazione per la salute fisica che certi ambienti ecclesiali hanno avuto, forse trascurando l’attenzione alla dimensione spirituale e religiosa. Personalmente mi è capitato di cogliere una preoccupazione a senso unico per la salute fisica anche quando altre attività spirituali non la mettevano a rischio. Non considerando il propriamente religioso che è della Chiesa e allineandosi ( ripeto )anche quando la salute fisica è salvaguardata, si rischia di marginalizzare e neutralizzare la fede e la vita credente.
    L’esempio della piante delle città’ è alquanto eloquente. Al centro dei nostri paesi e città vi era la chiesa perché Dio era al centro dei cuori. Oggi c’è un pluralismo culturale che crea molti “centri” nei cuori dei nostri contemporanei, ma nei cuori dei credenti questo centro deve essere Dio e le varie questioni, anche in tempo di pandemia, vanno affrontati senza integralismi e senza escludere il “ bonum fidei”. Non pensate ?

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